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G7, Geithner: “Banche, la prima priorità” (anticipazione). Fmi, non mantenute le promesse di Londra

 
Alberto Brambilla
24 aprile 2009
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timothy_geithner_treasuryGiornata di fibrillazione sui mercati internazionali. A Washington si attende l’incontro dei 7 ministri delle finanze dei paesi più industrializzati, cui seguirà un dibattito serale allargato al G20. Il discorso più atteso è quello del segretario del Tesoro americano, Timothy Geithner (foto). Oggi sul Financial Times Geithner ha parlato di “segnali incoraggianti” per l’economia mondiale, “la crisi potrebbe essere in procinto di rientrare” anche se “ i veri progressi hanno bisogno di tempo e permangono rischi e difficoltà”. Alla vigilia dell’incontro, cui prenderanno parte anche il ministro Tremonti e il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi, in qualità di presidente Financial stability board (Fsb), sono già noti alcuni temi forti dell’intervento del segretario Usa. Si apprende dall’Associated Press che Geithner sottolineerà la necessità di insistere sul sistema bancario, che a tutt’oggi rappresenta la “prima priorità” per uscire dalla crisi. Importanti sotto quest’aspetto gli stress test condotti sui 19 maggiori istituti del paese per comprendere quali siano le banche a rischio in caso di recessione pesante, in modo da predisporre un tempestivo intervento del Governo. Il governatore della Bank of Japan, Masaaki Shirakawa, spera che l’incontro sarà utile a discutere su “come accelerare la la ripresa dell’economia mondiale, per portarla su un percorso di crescita stabile”. In questo contesto Shirakawa ha voluto sottolineare l’importanza cruciale dell’espansione della domanda statunitense.
All’incontro sarà presente anche Dominic-Strauss Kahn, direttore del Fondo monetario internazionale. E qui arrivano le dolenti note. I propositi fatti in occasione del G20 di Londra non sono stati ancora totalmente soddisfatti. I paesi partecipanti avevano deciso di ampliare le risorse a disposizione del fondo iniettando 1.100 miliardi di dollari. Al contempo il Fmi aveva giurato un cambio di rotta, con l’intenzione di un ritorno ai principi santici a Bretton Woods: senza ricatti in cambio di aiuti ai paesi emergenti e senza ostracismo internazionale per i paesi non aderenti al fondo. Risultato: non è ancora stata raggiunta nemmeno la cifra utile all’allestimento di una cassa d’emergenza per 500 miliardi e il fondo non ha avuto l’occasione di dare prova delle sue buone intenzioni. Usa, Unione europea e Giappone si erano impegnati ciascuno per 100 miliardi di dollari, la Cina per 40. Oggi una delegazione di Pechino incontrerà Kahn. Si prevede inoltre una lotta serrata per il potere di gestione del Fondo: Cina e India vorrebbero avere più capacità di movimento, prospettiva ovviamente osteggiata dall’Europa. Purtroppo i giochi al vertice rischiano di far passare in secondo piano la proposta di vendere parte delle riserve auree del Fmi per destinare il ricavato ai paesi poveri.

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