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Cina, Xinjiang: la battaglia per l’energia tra centrali segrete e fiumi di petrolio

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La regione dello Xinjiang, dove sono in corso gli scontri etnici tra Uiguri e Han, è un’arteria vitale per l’economia cinese. Dalla regione parte il 14% del petrolio prodotto in Cina, 27,4 milioni di tonnellate di greggio, e un terzo del gas naturale, stimato in 24,1 miliardi di metri cubi l’anno. Dietro ai 156 morti della rivolta – la più sanguinosa dopo Tienanmen – si intrecciano strategie energetiche di portata colossale. La regione dello Xinjiang, situata a Nord dell’Impero del Sole, è un crocevia fondamentale per il governo di Pechino sia in termini economici che geopolitici.
Snodo principe sulla rotta degli idrocarburi beneficia di un sottosuolo ricco di minerali grezzi come rame, piombo e zinco e preziosi (oro e argento). Secondo quanto riferito dal parigino Le Figaro, il 40% delle riserve nazionali di uranio e carbone riposano sotto la superficie terrestre dell’area – grande 5 volte l’Italia – in attesa di essere sfruttate appieno. Fino agli anni ’90 lo Xinjiang era considerato il “far West” d’Oriente, oggi si conferma una risorsa indispensabile per l’intera Cina.
Attraverso il Turkmenistan il Governo di Hu Jintao ha la possibilità di allacciare rapporti ancora più stretti con Teheran, già uno dei principali partner commerciali, verso un’intesa politico-energetica che allargerebbe di fatto la sua sfera d’influenza. Le Figaro non manca di sottolineare l’importanza della città segreta di Malan: un centro deputato alla ricerca sul nucleare sede di una misteriosa base atomica.

(Foto: Associated Press)

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