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Cina: la crescita rallenta. Pechino soffre la crisi europea

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La produzione manifatturiera in Cina è diminuita nel mese di novembre per la prima volta dal marzo 2009, mentre gli esportatori cinesi stanno soffrendo la crisi del debito in Europa. Si conferma la fase di rallentamento della crescita cinese, come evidenzia l’indice PMI della China Federation of Logistics and Purchasing (CFLP), relativo al settore manifatturiero, che si è attestato nel mese di novembre a 49, livello più basso dal febbraio 2009. Precipitando al di sotto di 50, questo indicatore rivela una contrazione dell’attività cinese, che, precedentemente, registrava una espansione.

In dieci settori industriali è stata riscontrato un declino del business, tra cui quello chimico, delle apparecchiature per telecomunicazioni e dei computer. In un sondaggio simile, ma su un campione ridotto, la banca HSBC calcola un indice PMI a 47.7, ovvero il minimo storico dal marzo 2009. Molto dipendente dalle esportazioni, l’economia cinese soffre l’attuale crisi della zona euro. Una crisi che Zhu Guangyao, il viceministro cinese delle Finanze, stima, in una certa misura, peggiore della crisi finanziaria del 2008, che seguì il crollo di Lehman Brothers. “All’epoca, l’economia mondiale aveva mantenuto la crescita nel suo complesso, e i governi, in particolare i paesi del G20 erano stati capaci di attuare politiche di stimolo fiscale e monetario.

Ma ora, ad essere onesti, alcuni paesi stanno sperimentando situazione di bilancio particolarmente difficili, e il margine di aggiustamento della politica monetaria è limitato”, ha spiegato Guangyao. Se la Cina rimane fiduciosa nella capacità degli europei di trovare una soluzione duratura alla crisi , e in tal senso il vertice dell’Unione europea del 9 dicembre è considerato cruciale, una sorta di summit dell’ ultima chance, il paese deve già cominciare a prendere le misure a sostegno della sua economia. La Banca centrale cinese ha annunciato ieri una riduzione di 50 punti base del coefficiente di riserva obbligatorio per le banche, al fine di stimolare i prestiti alle piccole imprese. Pechino, che si è finora concentrata sulla lotta contro l’inflazione, sta cambiando le proprie priorità.

Questa misura, combinata con l’annuncio di un’azione coordinata da parte delle banche centrali di America, Europa, Giappone, Canada, Gran Bretagna e Svizzera, è stata accolta favorevolmente in avvio di seduta della Borsa: Shanghai si è aggiudicata oltre il 3% e Hong Kong ha fatto un balzo di quasi il 6%. Ma rilanciando così il credito, la Cina soffia sul fuoco dell’inflazione, una fonte di instabilità sociale, poiché l’aumento dei prezzi colpisce soprattutto i generi alimentari, e quindi il potere d’acquisto dei cinesi delle classi sociali più modeste. Cosa che potrebbe peggiorare ulteriormente il clima, già particolarmente teso, nel Guangdong, una regione nel sud della Cina considerata l’ “officina del mondo”, dove si susseguono scioperi per protestare contro le condizioni di lavoro, contro i licenziamenti e per chiedere salari più alti.

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