BCE lancia allarme su dollaro debole e guerra valutaria

di Valentina Cervelli Commenta

La BCE lancia l’allarme: il dollaro debole potrebbe portare gli Stati Uniti a dare il via ad una guerra valutaria che avrebbe conseguenze sull’economia dell’Eurozona. E’ questo ciò che si evince dai verbali della riunione avvenuta lo scorso 25 gennaio del comitato esecutivo della Banca Centrale Europea.

E’ inutile ignorarla: la preoccupazione degli esperti “sulle recenti dichiarazioni in campo internazionale sull’evoluzione dei tassi di cambio e, più in generale, sullo stato generale delle relazioni internazionali” è presente  e bisogna essere in grado di sfruttarla per mantenere gli occhi aperti. Non solo: mai come ora appare importante aderire agli accordi sui tassi di cambio che escludono svalutazioni competitive.

Ciò che Steven Mnuchin dichiarò a Davos risuona ancora forte e chiaro nella mente degli analisti: il segretario al Tesoro degli Stati Uniti sostenne infatti che “un dollaro debole fa bene agli Stati Uniti da un punto di vista commerciale“. Subito dopo le sue parole l’euro registrò un’impennata sugli 1,25 dollari. E per quanto una moneta forte deve essere abbracciata da un certo punto di vista, l’Europa non si può permettere un supereuro e lo dimostrano i dati del PMI composito delle Germania che è sceso più di quello che gli economisti avevano previsto.

Guerra valutaria insomma, più o meno mascherata, che sarebbe già in atto secondo alcuni e che vedrebbe gli Stati Uniti impegnati in qualche modo a mantenere la situazione invariata per superare in modo meno pericoloso la fase nella quale la Federal Reserve dovrà continuare a normalizzare i tassi. Un andamento, come evidente, opposto a quello della BCE che punta ancora sulla fase espansiva dell’economia nel continente.

Perché è necessario tenere sotto controllo l’euro ed evitare una crescita esagerata? Perché l’inflazione potrebbe abbassarsi ulteriormente e rendere difficile l’uscita dal quantitative easing prevista, teoricamente, per settembre.